Questioni internazionali · Italia
«L’Italia non ha interessi territoriali nel Mar Cinese Meridionale. Ha un interesse molto più fragile da difendere: che le regole valgano anche quando conviene ignorarle.»
Nel luglio del 2026, in occasione del decennale del lodo arbitrale tra Filippine e Cina, l’Italia ha sottoscritto insieme ad altri tredici governi una dichiarazione congiunta che ne riafferma il carattere vincolante. La notizia è passata quasi inosservata, e la reazione più diffusa, quando c’è stata, è stata di perplessità: che cosa c’entra l’Italia con una controversia sulle Spratly?
È una domanda legittima, e ha una risposta che non ha nulla a che vedere con l’Indo-Pacifico.
Il paradosso dei Paesi medi
Gli Stati che dispongono di forza sufficiente a imporre le proprie pretese hanno un interesse limitato ai meccanismi obbligatori di soluzione delle controversie: quando vincono, non ne hanno bisogno; quando perdono, ne subiscono soltanto il costo. Gli Stati che quella forza non l’hanno si trovano nella condizione opposta: l’arbitrato è l’unico luogo in cui la disparità di potenza viene neutralizzata da una procedura.
L’Italia appartiene alla seconda categoria, e in mare vi appartiene in modo particolarmente netto. Ha confini marittimi da definire con vicini di dimensioni molto diverse; ha una flotta peschereccia che opera in acque contese; ha infrastrutture energetiche sottomarine che attraversano spazi non delimitati. In ciascuna di queste situazioni la protezione non viene dalla stazza, ma dalla circostanza che esista una regola invocabile e un giudice davanti al quale invocarla.
Firmare una dichiarazione sul Mar Cinese Meridionale, per un Paese così, non è un gesto di cortesia verso gli alleati. È la difesa di uno strumento che serve a sé.
Che cosa si difende, esattamente
Il punto controverso non è la sostanza del lodo, ma il principio che una decisione resa da un tribunale regolarmente costituito vincoli anche la parte che non vi ha partecipato e che ne contesta la legittimità. La Cina non si è presentata al procedimento e non riconosce l’esito: se questa posizione fosse accettata come praticabile, il meccanismo dell’Allegato VII della Convenzione perderebbe la sua ragion d’essere.
Quel meccanismo è, tecnicamente, ciò che rende la Convenzione qualcosa di più di una dichiarazione di intenti. Uno Stato che ratifica accetta che le controversie sull’interpretazione delle sue disposizioni possano essere decise anche contro la sua volontà. È una rinuncia significativa, e ha senso soltanto se vale per tutti.
Ecco perché le dichiarazioni degli anniversari, che sembrano rituali vuoti, non lo sono del tutto: servono a impedire che il tempo trasformi un inadempimento in una situazione accettata. Nel diritto internazionale, ciò che nessuno contesta per abbastanza tempo tende a diventare ciò che è consentito.
La coerenza come condizione di credibilità
C’è però un problema, e sarebbe disonesto tacerlo. Un Paese che invoca il carattere vincolante delle decisioni internazionali quando riguardano altri, e le tratta con maggiore elasticità quando riguardano sé, spende in fretta il proprio capitale argomentativo.
L’Italia ha una posizione mediamente buona in materia di esecuzione delle pronunce internazionali, ma non immacolata, e le condanne di Strasburgo su questioni strutturali — dal sovraffollamento carcerario all’accoglienza dei minori non accompagnati — mostrano che la distanza tra l’accertamento e l’adeguamento può essere lunga. Chi chiede agli altri di eseguire deve poter mostrare di eseguire.
Questa non è una nota moralistica: è una considerazione di efficacia. La forza di un Paese medio nel dibattito giuridico internazionale coincide quasi interamente con la sua reputazione di serietà. È l’unica risorsa che non dipende dalle dimensioni.
Dal Pacifico al Canale di Sicilia
Fra qualche anno l’Italia dovrà sedersi a un tavolo per delimitare le porzioni di mare rimaste fuori dalla proclamazione della zona economica esclusiva, e alcune di quelle trattative saranno difficili. In quella sede non porterà navi: porterà argomenti, precedenti e la pretesa che valgano le stesse regole per tutti.
La solidità di quella pretesa si costruisce prima, negli anni in cui non serve. Anche firmando dichiarazioni su un mare lontano che non ci appartiene.
