Il mare che manca: la zona economica esclusiva italiana lascia fuori il Canale di Sicilia

Sicilia, Mediterraneo, Europa · Italia «Tra le porzioni ancora da delimitare, quella a sud della Sicilia è la più complessa. Ed è quella in cui gli interessi siciliani devono essere…

Sicilia, Mediterraneo, Europa · Italia

«Tra le porzioni ancora da delimitare, quella a sud della Sicilia è la più complessa. Ed è quella in cui gli interessi siciliani devono essere documentati adesso.»

Dal 3 gennaio 2026 l’Italia ha una zona economica esclusiva parziale. Il decreto del Presidente della Repubblica 26 settembre 2025, n. 193, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 19 dicembre, dichiara già nel titolo di istituire una zona economica esclusiva comprendente «parte delle acque» circostanti il mare territoriale nazionale. È la prima attuazione della legge 14 giugno 2021, n. 91, e traccia il perimetro entro il quale lo Stato esercita, oltre il limite del mare territoriale, diritti sovrani sulle risorse e giurisdizione in materia di isole artificiali e impianti, ricerca scientifica marina e protezione dell’ambiente marino. Presentando il provvedimento, la Farnesina ha ricordato che l’Italia era l’ultimo dei grandi Paesi rivieraschi del Mediterraneo a compiere questo passo.

La parzialità non è un dettaglio redazionale. Le zone istituite sono tre: Tirreno centro-meridionale, Ionio, Adriatico settentrionale e centro-meridionale. Restano fuori diverse porzioni dei mari italiani. Nel Tirreno il perimetro è chiuso a nord da una linea tracciata lungo il parallelo 41°24′, il che lascia all’esterno il Tirreno settentrionale e il Mar Ligure, dove l’accordo firmato con la Francia a Caen nel 2015 non è mai stato ratificato dall’Italia. Resta fuori la porzione più meridionale dell’Adriatico. E resta fuori — è il punto di questo articolo — il Canale di Sicilia: il perimetro tirrenico si chiude su un punto collocato a ovest della Sicilia, quello ionio riparte da un punto collocato al largo dell’estremità sud-orientale dell’Isola, e fra i due c’è un tratto di mare che nessuna delle tre aree comprende.

Non è una dimenticanza

Il decreto lo dice apertamente. Nelle premesse si legge la scelta di procedere, in sede di prima applicazione, limitatamente al Tirreno, allo Ionio e a parte dell’Adriatico, riservando a provvedimenti successivi le restanti porzioni; e si dichiara la necessità di non pregiudicare il raggiungimento di accordi con gli Stati adiacenti o frontisti. L’articolo 2 contiene una clausola di salvaguardia esplicita: alle aree diverse si provvederà con uno o più atti successivi, anche a seguito di accordi conclusi ai sensi dell’articolo 74 della Convenzione di Montego Bay.

La logica è trasparente e, va detto, giuridicamente ineccepibile. L’Italia ha proclamato dove poteva farlo senza toccare nulla: là dove esistono già accordi di delimitazione delle zone marittime — quello con la Grecia del 2020, quello con la Croazia del 2022 — oppure dove nessuno può ragionevolmente avanzare pretese. Dove invece il mare è stretto e condiviso, il perimetro si ferma.

Tra le porzioni rimaste fuori, però, non tutte pesano allo stesso modo. Il Canale di Sicilia è il quadrante in cui l’Italia si affaccia contemporaneamente su Tunisia, Malta, Libia e Algeria; è un mare largo poche decine di miglia in alcuni tratti, nel quale le proiezioni di quattro Stati costieri si sovrappongono; ed è l’area in cui, storicamente, la questione degli spazi marittimi è stata più conflittuale. Non è la sola porzione mancante: è la più difficile.

Il Piano del mare mette la questione in agenda

Il Piano del mare 2026-2028, approvato con decreto del 7 maggio 2026 e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 30 giugno, non elude il punto. La prima delle sedici direttrici è dedicata agli spazi marittimi e assume come obiettivo l’estensione della capacità di esercizio dei poteri statali su tutti i tratti di mare in cui l’ordinamento internazionale consente forme di giurisdizione funzionale. In tema di ZEE il documento è esplicito: la proclamazione parziale lascia impregiudicati i diritti italiani, restano possibili ulteriori proclamazioni e l’Italia intende proseguire il negoziato per la delimitazione dei tratti rimanenti della potenziale zona nazionale.

Nella stessa direzione va la legge 7 maggio 2026, n. 70, sulla valorizzazione della risorsa mare, in vigore dal 10 maggio: autorizza l’istituzione della zona contigua fino a ventiquattro miglia — con i controlli in materia doganale, fiscale, sanitaria e di immigrazione, e la tutela del patrimonio archeologico sommerso — rinviando a un successivo decreto presidenziale, aggiorna i criteri delle linee di base e precisa che nella zona economica esclusiva l’Italia esercita non soltanto diritti sovrani, ma anche giurisdizione.

L’architettura giuridica, insomma, è pronta; gli strumenti esistono; il calendario politico è aperto. Ciò che resta da fare, nel quadrante siciliano, non si fa con un decreto: si fa con un negoziato.

Che cosa si decide davvero, e che cosa no

Qui occorre una precisazione tecnica che vale la pena non risparmiare al lettore, perché è proprio ciò che distingue un discorso serio da uno approssimativo.

La zona economica esclusiva e la piattaforma continentale sono istituti distinti. La futura delimitazione della ZEE inciderà sulla gestione delle risorse biologiche della colonna d’acqua — la pesca, anzitutto — e sull’esercizio della giurisdizione italiana in materia ambientale, scientifica e di impianti offshore. I diritti sul fondo e sul sottosuolo marino appartengono invece al distinto regime della piattaforma continentale, che secondo l’articolo 76 della Convenzione di Montego Bay spetta allo Stato costiero ab initio e ipso iure, senza bisogno di alcuna proclamazione. Lo stesso Piano del mare lo ricorda espressamente, aggiungendo che i limiti esterni dei due spazi potrebbero anche non coincidere.

Nel Canale di Sicilia questa distinzione produce un esito che merita di essere reso esplicito, perché è quasi paradossale: il fondale è già diviso, la colonna d’acqua no. L’accordo italo-tunisino sulla delimitazione della piattaforma continentale, firmato a Tunisi il 20 agosto 1971 e ratificato con la legge 3 giugno 1978, n. 357, traccia da quasi mezzo secolo un confine dei fondali tra la Sicilia e la Tunisia; e lo fa attribuendo a Pantelleria e alle Pelagie un effetto minimo, riconoscendo loro soltanto ristretti archi di mare circostante anziché una piena proiezione verso il largo. Sopra quel fondale già ripartito, le acque restano oggi prive di delimitazione.

Non è dunque vero che dalla futura ZEE dipenda tutto ciò che sta in quel tratto di mare. Ma non è nemmeno vero il contrario: la delimitazione della colonna d’acqua governerà la pesca, gli impianti, la ricerca scientifica e la tutela ambientale, e dovrà essere coordinata con i titoli già esistenti sulla piattaforma continentale e con le libertà di navigazione e di posa dei cavi e delle condotte sottomarine, che nella ZEE restano intatte per tutti gli Stati. Censire infrastrutture, interessi energetici, siti archeologici ed ecosistemi resta perciò indispensabile: cambia soltanto il titolo giuridico sotto il quale ciascuno di essi va fatto valere.

Perché questo riguarda la Sicilia

Contestualmente all’approvazione del regolamento, il Ministero degli affari esteri ha istituito un tavolo tecnico per la mappatura degli interessi nazionali in vista dei futuri negoziati di delimitazione, precisando che dovrà tenere conto anche delle preoccupazioni del mondo della pesca. È una frase che, letta dalla Sicilia, andrebbe sottolineata due volte. Tra i comparti maggiormente esposti vi sono certamente le marinerie siciliane, che in quel quadrante operano direttamente e da sempre; e siciliani sono, in larga parte, i porti, i fondali, le rotte e le installazioni su cui la futura delimitazione produrrà effetti.

Qui va detta una cosa senza ambiguità: la delimitazione degli spazi marittimi è competenza esclusiva dello Stato, e non esiste alcuno spazio istituzionale perché una Regione negozi con la Tunisia o con Malta. Chi promettesse il contrario racconterebbe una favola. La Regione non può sedersi al tavolo negoziale, ma può contribuire a stabilire che cosa l’Italia porterà su quel tavolo.

E questo è un terreno concreto, non retorico. Un tavolo tecnico lavora sui dati che riceve: rappresenta ciò che gli viene documentato, non ciò che esiste in astratto. Un interesse che nessuno ha censito, quantificato e messo per iscritto non viene sacrificato per ostilità: semplicemente non entra nel fascicolo.

È questa la ragione per cui la Regione, l’Università, le autorità portuali, le marinerie e gli enti di ricerca siciliani dovrebbero, adesso e non tra due anni, produrre e trasmettere un quadro documentato: dove si pesca e con quali flotte, quali fondali abbiano rilievo archeologico o ambientale, dove corrano le infrastrutture sottomarine, quali progetti energetici insistano su quelle acque e sotto quale titolo. Non è l’unica forma astrattamente possibile di partecipazione — i canali di interlocuzione istituzionale con lo Stato sono ovviamente altri e diversi — ma è quella più immediata, più concreta e più difficilmente contestabile.

Una carta con un vuoto

Sulla carta della zona economica esclusiva italiana la Sicilia è oggi un contorno interrotto: il mare a nord e a est è dentro, il mare a sud è ancora bianco. Bianco oltre le dodici miglia, s’intende: il mare territoriale resta quello che è, e con esso la piena sovranità dello Stato. È al di là di quel limite che l’Italia, a sud della Sicilia, non ha ancora esteso la propria giurisdizione funzionale sulle acque. Quel bianco non è un’omissione, è la parte difficile lasciata per ultima — la parte in cui dovranno essere definiti i diritti sulla pesca, sugli impianti, sulla ricerca e sulla tutela ambientale, coordinandoli con quelli già esistenti sulla piattaforma continentale e con le libertà di navigazione e di posa delle infrastrutture sottomarine.

Il Piano del mare dice che quel vuoto sarà colmato per accordo. Vale la pena ricordare che gli accordi si preparano molto prima di essere firmati, e che si preparano con le carte. Chi porta le carte pesa; chi arriva a mani vuote viene rappresentato da altri. La Sicilia ha tutto l’interesse a essere, in quel fascicolo, la voce meglio documentata.

Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *