Catania Capitale italiana del mare: una candidatura da costruire, non da improvvisare

Sicilia, Mediterraneo, Europa · Prima tappa · Catania «Il mare non è il confine di Catania: è la sua piazza più grande.» Dal 14 luglio è aperto il bando per…

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«Il mare non è il confine di Catania: è la sua piazza più grande.»

Dal 14 luglio è aperto il bando per il conferimento del titolo di Capitale italiana del mare 2027. Possono candidarsi tutti i Comuni costieri italiani; al Comune vincitore andrà un contributo di un milione di euro per realizzare il programma presentato. Le candidature scadono il 30 settembre; entro il 15 dicembre la giuria trasmetterà al Ministro la proposta motivata di conferimento del titolo. La domanda, per una città come Catania, sorge spontanea: perché non noi?

La risposta onesta è più scomoda della domanda: se un serio lavoro istruttorio non è già in corso, una candidatura assemblata tra agosto e settembre rischierebbe di nascere debole. E una candidatura debole non è un’operazione a costo zero. Il bando non premia la retorica marittima, di cui nessuna città italiana è sprovvista: chiede un dossier valutato da una giuria di cinque esperti indipendenti su criteri precisi — coerenza del progetto con le linee direttrici del Piano del mare, modello di governance, partenariati attivati, sostenibilità economico-finanziaria, capacità di lasciare opere ed effetti permanenti sul territorio. Sono esattamente le cose che non si improvvisano. La prima edizione è stata assegnata a Ravenna per il 2026: una città che ha potuto presentare un programma fondato su reti istituzionali, culturali e portuali già consolidate.

Il paradosso è che Catania avrebbe titoli per competere come poche altre città del Mezzogiorno. È uno dei principali scali italiani per il traffico rotabile, con diversi milioni di tonnellate di merci movimentate ogni anno, e uno scalo crocieristico che supera stabilmente i duecentomila passeggeri. Ha approvato, dopo quasi mezzo secolo dal precedente, un nuovo Piano regolatore portuale che ridisegna il rapporto tra la città e il suo mare: un waterfront di diciassette ettari aperto alla cittadinanza, una passeggiata che dalla nuova darsena arriverà al molo Crispi, una stazione marittima da un milione di passeggeri l’anno, la specializzazione dello scalo etneo sui traffici passeggeri in complementarità con Augusta. Ha un’università con competenze consolidate sul mare, dal diritto internazionale alla biologia marina all’ingegneria costiera. Ha, soprattutto, una posizione che nessun bando può assegnare: quella baricentrica nel Mediterraneo, sulle rotte che collegano Europa, Africa e Medio Oriente.

Ma un patrimonio non è un progetto. Ciò che manca a Catania non sono i materiali della candidatura: è il soggetto che li tenga insieme. Il porto pianifica, l’università ricerca, il Comune amministra, gli operatori economici investono — e ciascuno lo fa per conto proprio. Il bando sulla Capitale italiana del mare misura precisamente questa capacità di coordinamento, ed è lì che una candidatura frettolosa mostrerebbe la corda davanti alla giuria.

La proposta, allora, è duplice. Il Comune chiarisca anzitutto se una candidatura per il 2027 sia già in preparazione: se un lavoro serio esiste, lo renda pubblico e coinvolga da subito la città; se non esiste, rinunci a una candidatura di facciata e usi la scadenza del 30 settembre non come un treno da prendere in corsa, ma come una sveglia. Convochi entro l’autunno un tavolo permanente con l’Università, l’Autorità di Sistema Portuale del Mare di Sicilia Orientale, la Capitaneria, le associazioni e gli operatori dell’economia del mare, con un mandato preciso: costruire nell’arco di un anno il dossier con cui Catania si presenterà — per vincere, non per partecipare — alla selezione per il 2028.

Un dossier di quel tipo ha già le sue fondamenta. Dovrà agganciarsi alle trasformazioni programmate e finanziate, dal rifacimento della diga foranea all’elettrificazione delle banchine, invece di inventare eventi effimeri; proporre un programma culturale capace di durare oltre l’anno del titolo, come un appuntamento annuale sulle culture del Mediterraneo; mettere l’università al centro, con la formazione sulle professioni del mare di cui l’economia blu siciliana ha un bisogno strutturale.

C’è anche una cornice nazionale che rende questo lavoro tempestivo. Il 30 giugno è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il nuovo Piano del mare 2026-2028, che individua nel Mediterraneo uno spazio strategico per l’economia, l’energia e la sicurezza del Paese. Il bando sulla Capitale del mare chiede espressamente ai progetti di essere coerenti con le direttrici di quel Piano. Una città che si presentasse con un dossier costruito su questa coerenza — porto e città, università e professioni del mare, cooperazione con la sponda sud — non chiederebbe un riconoscimento simbolico: si proporrebbe come attuatrice territoriale della politica marittima nazionale. È una postura molto più forte, e molto più utile anche nel caso in cui il titolo andasse altrove.

Catania ha vissuto per decenni voltando le spalle al suo porto, trattando il mare come un retro anziché come un ingresso. Il Piano regolatore portuale ha cominciato a invertire questa direzione sulla carta; il titolo di Capitale italiana del mare può diventare l’occasione per invertirla nella coscienza della città. Ma le occasioni, in politica come nelle candidature, premiano chi si è preparato prima. Il mare non è il confine di Catania: è la sua piazza più grande. Una piazza, però, bisogna saperla abitare — e ad abitarla si comincia adesso, non alla vigilia della prossima scadenza.

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