Il Patto per il Mediterraneo è entrato nella fase operativa. La Sicilia c’è come luogo, non ancora come soggetto

Sicilia, Mediterraneo, Europa · Europa «Il 14 ottobre, a Bruxelles, le regioni mediterranee discutono di come attuare il Patto. La Sicilia è membro delle reti che lo organizzano: la domanda…

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«Il 14 ottobre, a Bruxelles, le regioni mediterranee discutono di come attuare il Patto. La Sicilia è membro delle reti che lo organizzano: la domanda è che cosa vi porterà.»

Il 28 novembre 2025, nel trentesimo anniversario della Dichiarazione di Barcellona e nella stessa città, i ministri dell’Unione europea e dei Paesi partner del Mediterraneo meridionale hanno lanciato ufficialmente il Patto per il Mediterraneo, presentato il 16 ottobre precedente dall’Alta rappresentante Kaja Kallas e dalla Commissaria per il Mediterraneo Dubravka Šuica e accolto dalle conclusioni del Consiglio del 20 novembre. Il Patto si articola su tre pilastri: le persone, come motore di cambiamento, connessione e innovazione; economie più forti, più sostenibili e più integrate; sicurezza, preparazione e gestione della migrazione. Il vocabolario scelto per descriverlo è quello della co-creazione, della co-titolarità e della responsabilità condivisa, con l’obiettivo dichiarato di costruire uno “spazio mediterraneo comune”.

Il 17 aprile 2026 quel vocabolario ha incontrato la prova dei fatti: la Commissione ha presentato agli Stati membri e ai partner della sponda sud il primo Piano d’azione, che seleziona ventuno azioni concrete da avviare entro l’anno all’interno di un insieme di oltre cento iniziative. Vi figurano l’Iniziativa universitaria mediterranea e un’assemblea parlamentare giovanile euro-mediterranea nel primo pilastro; StartUp4Med per le start-up e le piccole imprese, il progetto energetico T-MED e il rafforzamento dell’interconnessione digitale attraverso i cavi sottomarini nel secondo. Il Piano non ha natura normativa: è un documento vivo, monitorato attraverso una piattaforma web pubblica e destinato — così lo definisce la Commissione — a essere aggiornato due volte l’anno. La seconda edizione è attesa per l’autunno del 2026.

Il punto che riguarda noi

Il Patto è uno strumento della politica esterna dell’Unione: la sua governance politica riunisce l’UE, gli Stati membri e i partner del Mediterraneo meridionale. La Sicilia non dispone dunque di una rappresentanza autonoma al tavolo intergovernativo, e non l’avrà.

Sarebbe però un errore fermarsi qui, perché il livello regionale nel Patto non è affatto assente. Esiste, dal 2010, l’Assemblea regionale e locale euro-mediterranea — ARLEM — creata dal Comitato europeo delle regioni all’interno della cornice dell’Unione per il Mediterraneo, che riunisce gli enti territoriali delle tre sponde. Secondo il Comitato delle regioni, il Patto affida ad ARLEM il ruolo di canale istituzionale per i contributi regionali e locali. Non è una consolazione simbolica: è l’indicazione di una porta, con un nome preciso.

E la porta è già frequentata. Il 14 ottobre 2026, nell’ambito della Settimana europea delle regioni e delle città, si terrà a Bruxelles un dibattito politico dedicato specificamente all’attuazione territoriale del Patto, coordinato dal Governo delle Isole Baleari e organizzato dalla Med Cooperation Alliance, che riunisce l’Euroregione Pirenei-Mediterraneo, l’Euroregione Adriatico-Ionica, MedCities, la Conferenza delle Regioni Periferiche Marittime e la Generalitat di Catalogna; è annunciata la partecipazione della Commissaria Šuica.

Vale la pena leggere quell’elenco lentamente, perché contiene una sorpresa. Fra le cinque organizzazioni coordinatrici c’è la Conferenza delle Regioni Periferiche e Marittime, e la Regione Siciliana — lo dichiara il suo stesso sito istituzionale — vi aderisce da tempo, facendo parte tanto della Commissione Intermediterranea quanto della Commissione Isole; il Dipartimento affari extraregionali cura il raccordo con i rispettivi segretariati. Nel 2019 l’Assemblea generale della Conferenza si è tenuta a Palermo.

La stessa fonte precisa che il Dipartimento cura la partecipazione dei referenti tecnici regionali ai gruppi di lavoro delle due Commissioni. Non si tratta dunque di un’adesione soltanto nominale.

La questione, per la Sicilia, non è allora ottenere un improbabile “seggio siciliano”, e non è nemmeno entrare in un club dal quale sarebbe esclusa: la sedia c’è già, e viene occupata. Il problema è un altro, e più scomodo. Esistono due modi di stare in una rete internazionale. Si può parteciparvi — mandare i propri tecnici, intervenire alle assemblee, votare le dichiarazioni finali — oppure la si può usare come leva, proponendo iniziative, ospitando i lavori, guidando le alleanze. Il dibattito del 14 ottobre è coordinato dalle Baleari, organizzato con la Catalogna, l’Euroregione Adriatico-Ionica e MedCities; l’assemblea della Commissione Intermediterranea di giugno è stata ospitata dall’Emilia-Romagna a Bologna. Sono regioni che hanno scelto il secondo modo. Appartenere e trainare non sono la stessa cosa, e la differenza fra i due non sta nei titoli: sta nell’avere qualcosa da proporre.

Permeabile non significa automatico

Un documento aggiornato due volte l’anno, che dichiara di nascere dalla consultazione continua e che seleziona le proprie azioni tra un catalogo aperto, è per costruzione permeabile a chi si presenta con proposte pronte. Le ventuno azioni del primo Piano non esauriscono le oltre cento iniziative: le ordinano. La seconda edizione potrà aggiungerne altre, ridefinire le priorità e precisare soggetti e modalità di attuazione.

Che questa permeabilità non sia soltanto teorica lo mostra la tornata di consultazioni convocata a Bruxelles il 23 luglio dalla direzione generale della Commissione competente per il Mediterraneo, insieme all’Istituto europeo del Mediterraneo, con rappresentanti della società civile — istituti di ricerca, think tank, organizzazioni giovanili e femminili, reti regionali — chiamati a contribuire alla fase successiva dell’attuazione, con particolare riguardo a StartUp4Med e alle iniziative su preparazione e sicurezza.

Va detto con chiarezza, però, che non esiste alcun diritto automatico a far inserire un progetto nel Piano, né un bando semestrale al quale presentare domanda. Le iniziative entrano attraverso interlocuzioni con la Commissione, il Governo nazionale, l’Unione per il Mediterraneo, le reti accademiche e i partenariati progettuali. La permeabilità è reale, ma premia soltanto chi ha già costruito la proposta e le alleanze che la sostengono.

Dove la Sicilia avrebbe qualcosa da dire

Il primo pilastro parla di università, mobilità accademica e trasformazione della fuga di cervelli in circolazione di cervelli. È il terreno naturale degli atenei siciliani, che sul Mediterraneo hanno una collocazione geografica e una tradizione di rapporti che nessuna università continentale può replicare. Un’Iniziativa universitaria mediterranea senza un nodo forte in Sicilia sarebbe un paradosso cartografico.

Il secondo pilastro parla di energia, economia blu e cavi sottomarini. Sono, letteralmente, le cose che passano sotto e attraverso il mare siciliano: le stesse acque nelle quali si colloca una delle porzioni più complesse ancora da delimitare della potenziale zona economica esclusiva italiana. Su questo punto occorre essere prudenti e precisi: il Patto non risolverà le delimitazioni marittime, che seguono sedi, regole e interessi propri. Può però moltiplicare le occasioni di cooperazione tecnica, scientifica ed energetica, produrre dati condivisi e consolidare interessi reciproci — tutti elementi che migliorano il contesto politico nel quale anche i negoziati più difficili vengono condotti.

Il terzo pilastro parla di sicurezza, preparazione e gestione della migrazione. Qui la Sicilia è già dentro, ma nel modo meno favorevole: come teatro. È la differenza che conta. Un territorio può comparire in una politica europea come luogo in cui i fenomeni accadono, oppure come soggetto che concorre a governarli. Nel primo caso riceve interventi; nel secondo li progetta.

Una cabina siciliana per il Patto

Dalla diagnosi discende una proposta, e conviene formularla in modo che sia realizzabile entro l’autunno.

La Regione dovrebbe convocare entro settembre gli atenei siciliani, le autorità di sistema portuale, i centri di ricerca, le imprese dell’energia e del digitale e le organizzazioni della società civile, per selezionare pochi progetti immediatamente rappresentabili nei canali nazionali ed europei. Non un nuovo organismo permanente e autoreferenziale — ne abbiamo abbastanza — ma una cabina progettuale con tre obiettivi: candidare la Sicilia come nodo dell’Iniziativa universitaria mediterranea; costruire un partenariato su energia, cavi sottomarini ed economia blu; proporre un programma integrato di preparazione, protezione civile e gestione territoriale dei fenomeni migratori.

Il punto è che non servirebbe costruire nulla da zero. I canali esistono e la Regione ne fa già parte: la Commissione Intermediterranea della Conferenza delle Regioni Periferiche e Marittime, la Commissione Isole, e — attraverso il Comitato europeo delle regioni — l’ARLEM. Ciò che manca non è l’accesso, ma il contenuto da portarvi.

La Regione non diventerebbe parte del Patto. Diventerebbe il soggetto capace di portare dentro il Patto iniziative siciliane. E avrebbe due appuntamenti già fissati su cui misurarsi: il dibattito territoriale del 14 ottobre a Bruxelles e la seconda edizione del Piano d’azione attesa nelle stesse settimane.

Un giudizio, e una cautela

Sarebbe disonesto presentare il Patto come una svolta compiuta. È un quadro politico dotato per ora di uno strumento attuativo flessibile e privo di natura vincolante, che mobilita programmi finanziari già esistenti più di quanto ne crei di nuovi, e la cui efficacia dipenderà interamente dalla capacità di reggere l’urto di una regione instabile. Il rischio di ogni piano d’azione dinamico è di diventare un catalogo: molte iniziative, poche realizzazioni, un aggiornamento semestrale che certifica soprattutto se stesso. Chi ha seguito trent’anni di processo di Barcellona conosce questo rischio meglio di chiunque altro.

Ma la conclusione che se ne trae non è l’attesa scettica. Uno strumento debole premia comunque chi si organizza, perché in assenza di automatismi conta quasi soltanto l’iniziativa. E l’autunno del 2026 è la finestra in cui l’iniziativa può ancora produrre effetti su questo ciclo anziché sul prossimo.

La Sicilia è già dentro il Patto per il Mediterraneo: ci sta come luogo, come rotta, come frontiera, come paesaggio nei documenti altrui. La domanda che vale la pena porsi, adesso che il Patto ha smesso di essere una dichiarazione ed è diventato un elenco di azioni con nomi e scadenze, è se voglia entrarci anche come soggetto. Nessuno glielo impedisce e nessuno lo farà al posto suo. Le reti a cui aderire sono già quelle giuste; i tavoli sono già quelli in cui siede. Manca soltanto la cosa più difficile: arrivarci con qualcosa da proporre.

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